La modalità dell’essere ha, come prerequisiti, l’indipendenza, la libertà e la presenza della ragione critica. La sua caratteristica fondamentale consiste nell’essere attivo, che non va inteso nel senso di un’attività esterna, nell’essere indaffarati, ma di attività interna, di uso produttivo dei nostri poteri umani. Essere attivi significa dare espressione alle proprie facoltà e talenti, alla molteplicità di doti che ogni essere umano possiede, sia pure in vario grado. Significa rinnovarsi, crescere, espandersi, amare, trascendere il carcere del proprio io isolato, essere interessato, “prestare attenzione”, dare. Nessuna di queste esperienze, però, può compiutamente essere espressa in parole, essendo queste recipienti colmi di un’esperienza che ne trabocca. Le parole designano l’esperienza, ma non sono l’esperienza. Nel momento in cui provo a esprimere ciò che ho sperimentato esclusivamente in pensieri e parole, l’esperienza stessa va in fumo: si prosciuga, è morta, è divenuta mera idea. Ne consegue che l’essere non si può descrivere con parole, ed è comunicabile soltanto a patto che la mia esperienza venga condivisa. Nella struttura dell’avere, la parola morta regna sovrana; nella struttura dell’essere, il dominio spetta all’esperienza viva e inesprimibile.
La modalità dell’essere può forse essere indicata nella maniera più efficace mediante un simbolo che mi è stato suggerito da Max Hunziger: un vetro azzurro appare tale quando la luce lo attraversa, perché esso assorbe tutti gli altri colori, impedendo loro di passargli attraverso. In altre parole, noi definiamo “azzurro” un vetro proprio perché non trattiene le vibrazioni cromatiche azzurre; la designazione che gli viene data non si riferisce a ciò che il vetro possiede, ma a ciò che emana.
Avere o essere?, pp. 118-120







