Archivio per la categoria ‘E. Fromm’

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La modalità dell’essere

9 Marzo 2008

La modalità dell’essere ha, come prerequisiti, l’indipendenza, la libertà e la presenza della ragione critica. La sua caratteristica fondamentale consiste nell’essere attivo, che non va inteso nel senso di un’attività esterna, nell’essere indaffarati, ma di attività interna, di uso produttivo dei nostri poteri umani. Essere attivi significa dare espressione alle proprie facoltà e talenti, alla molteplicità di doti che ogni essere umano possiede, sia pure in vario grado. Significa rinnovarsi, crescere, espandersi, amare, trascendere il carcere del proprio io isolato, essere interessato, “prestare attenzione”, dare. Nessuna di queste esperienze, però, può compiutamente essere espressa in parole, essendo queste recipienti colmi di un’esperienza che ne trabocca. Le parole designano l’esperienza, ma non sono l’esperienza. Nel momento in cui provo a esprimere ciò che ho sperimentato esclusivamente in pensieri e parole, l’esperienza stessa va in fumo: si prosciuga, è morta, è divenuta mera idea. Ne consegue che l’essere non si può descrivere con parole, ed è comunicabile soltanto a patto che la mia esperienza venga condivisa. Nella struttura dell’avere, la parola morta regna sovrana; nella struttura dell’essere, il dominio spetta all’esperienza viva e inesprimibile.
La modalità dell’essere può forse essere indicata nella maniera più efficace mediante un simbolo che mi è stato suggerito da Max Hunziger: un vetro azzurro appare tale quando la luce lo attraversa, perché esso assorbe tutti gli altri colori, impedendo loro di passargli attraverso. In altre parole, noi definiamo “azzurro” un vetro proprio perché non trattiene le vibrazioni cromatiche azzurre; la designazione che gli viene data non si riferisce a ciò che il vetro possiede, ma a ciò che emana.

Avere o essere?, pp. 118-120

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L’amore come attività

29 Gennaio 2008

Se diciamo che l’amore è un’attività, dobbiamo chiarire il significato della parola attività. Per attività, nell’uso moderno della parola, di solito s’intende un’azione che opera un cambiamento in una situazione esistente, attraverso un dispendio di energia. Un uomo è considerato attivo se fa affari, studia medicina, lavora, costruisce o pratica uno sport. Comune a tutte queste attività è il fatto che sono volte a conquistare una meta. Ciò di cui non si tiene conto, è la causa di ogni attività. Prendete per esempio un uomo spinto verso il lavoro incessante da un senso di profonda insicurezza e solitudine; o un altro guidato dall’ambizione o dalla brama di ricchezza. In tutti questi casi la persona è schiava di una passione, e la sua attività in realtà è una passività, poiché è guidata: è la vittima, e non è l’attore. D’altro canto, un uomo che se ne sta inerte a contemplare, senza scopo né fine tranne quello di arricchire la propria esperienza e la propria unità col mondo, è considerato passivo, perché non fa niente. In realtà, questo atteggiamento di meditazione è la più alta attività che esista, un’attività dell’anima, che è possibile solo in una condizione di intima libertà e indipendenza. Un concetto moderno di attività si riferisce all’uso dell’energia per raggiungere scopi esterni; l’altro concetto di attività si riferisce all’uso dei poteri inerenti all’uomo, senza tener conto di qualsiasi cambiamento esterno. Questa seconda teoria è stata espressa nel modo più chiaro da Spinoza. Egli distingue gli affetti in attivi e passivi, azioni e passioni. Nella funzione di un affetto attivo, l’uomo è libero, è padrone del suo affetto; nella funzione di un affetto passivo, l’uomo è oggetto di eventi di cui lui stesso non si rende conto. Invidia gelosia, ambizione, bramosia, sono passioni; l’amore è un’azione un potere umano che può essere praticato in libertà, e non è la conseguenza di una costrizione.
L’amore è un sentimento attivo, non passivo; è una conquista, non una resa. Il suo carattere attivo può essere sintetizzato nel concetto che amore è soprattutto dare e non ricevere.

Erich Fromm, L’arte di amare

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Le somiglianze ingannevoli

2 Gennaio 2008

Ho accennato più volte alle somiglianze di fondo tra il pensiero di Lao-tze, del Budda, dei Profeti, di Socrate, di Gesù, di Spinoza, e dell’Illuminismo. In via approssimativa, questo fondo comune si potrebbe formularlo così: l’uomo deve cercare di riconoscere la verità, deve essere libero e indipendente, deve sentirsi un fine in se stesso e non uno strumento in mani altrui; deve amare il prossimo, perché senza amore, pur possedendo ogni potere, ricchezza e intelligenza, l’uomo non è che un guscio vuoto; deve conoscere la differenza tra il bene e il male, e obbedire alla voce della coscienza. Ora la terapia psicanalitica mira proprio a questi stessi risultati.
Incominciamo dalla “verità”: ho detto, a proposito di Freud, che lo scopo fondamentale del processo analitico è di far riconoscere il vero. La psicanalisi ha dato una nuova dimensione al concetto stesso di verità: per il pensiero prefreudiano, dire il vero sarebbe equivalente a quel che si dice; ma la pasicanalisi ha dimostrato che la convinzione soggettiva non è che un criterio sufficiente. In certi casi si può credere in buona fede di agire per senso di giustizia, mentre si agisce effettivamente per un impulso di crudeltà; si può credere di essere animati dall’amore, mentre in realtà si è spinti da un bisogno masochistico di soggezione; si può credere di essere guidati dal senso del dovere, mentre quello che ci guida è la vanità. Non è solo questione di far credere agli altri tutte queste cose: il soggetto stesso le crede, e tanto più ardentemente quanto più avverte il pericolo di trovarsi di fronte alla nuda verità.
La psicanalisi insegna a cercare la verità anche in un altro senso, abituando il soggetto a identificare la matrice emotiva delle sue idee, e quindi a riconoscere quali idee hanno vere radici nel suo carattere, e quali sono semplici clichés. La psicanalisi è insomma una vera e propria ricerca della verità, e in particolare di quella verità interiore senza cui non c’è né salute né felicità.
Quanto strettamente connessa alla religione sia questa analisi critica dell’io e dell’esperienza interiore, è indicato con singolare efficacia in un antico documento di origine buddistica.
Tra i Precetti dei guru del Tibet troviamo il seguente decalogo delle somiglianze ingannevoli:

  1. Il desiderio si può scambiare per fede.
  2. L’affetto si può scambiare per benevolenza e compassione.
  3. L’interruzione del pensiero si può scambiare per la tranquillità della mente infinita, che è il fine vero.
  4. Le percezioni dei sensi si possono scambiare per lampi di rivelazione; i fenomeni per il Reale.
  5. Uno scorcio di Realtà si può scambiare per la visione intiera.
  6. Chi professa ma non pratica la religione si può scambiare per vero fedele.
  7. Chi è schiavo delle passioni si può scambiare per maestro di Yoga, emancipato da ogni convenzione.
  8. Un atto di egoismo si può scambiare per altruismo.
  9. La ruberia e l’inganno si possono scambiare per prudenza.
  10. Si possono scambiare per saggi i ciarlatani.

E. Fromm, Psicanalisi e religione

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Sulla religione

13 Ottobre 2007

Per alcuni la soluzione è tornare alla religione, non come atto positivo di fede, ma per sfuggire al dubbio che riesce insopportabile. E’ una decisione ispirata non dalla devozione ma dal bisogno di sentirsi protetti. [...]

Il ritorno alla religione tradizionale è spesso influenzato dall’opinione di certi scrittori religiosi, che bisogni rassegnarsi a scegliere tra la religione da una parte, e la vita dei sensi e degli istinti e dei conforti materiali dall’altra. In altre parole, chi non crede in Dio non avrebbe né motivo né diritto di credere a ciò che si suol chiamare l’anima, né alle sue peculiari esigenze. I preti e i ministri del culto sarebbero i soli gruppi professionali a cui compete occuparsi dell’anima e dunque i soli a cui spetti di parlare degli ideali di amore, verità e giustizia. [...]

Il metodo di Freud, la psicanalisi, consente uno studio intimo e dettagliato dell’anima. Nel suo “laboratorio” l’analista non tiene strumenti meccanici, e non fa pesature o conteggi; ma studia invece i sogni, le fantasie, le associazioni dei pazienti, e impara a conoscerne i desideri e le angosce segrete. Affidandosi soltanto all’osservazione diretta, alla ragione e alla propria esperienza di uomo, l’analista non tarda a rendersi conto che è impossibile capire la natura delle malattie mentali senza metterle in relazione con i problemi morali; e che i suoi pazienti si sono ammalati proprio perché hanno trascurato le esigenze della propria anima.

Erich Fromm, Psicanalisi e religione.

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10 Giugno 2007

Lui è uscito, come spesso accade in questi ultimi giorni. Mi ero abituata alla sua presenza più di quanto immaginassi e ora che sta spiccando il volo ecco che mi sento sprofondare. Inizio ad avvertire quel senso di disagio e smarrimento a cui non voglio dar troppo peso.
Si sta staccando dalla figura materna e, ovviamente, anche da me, con una modalità diversa ma sempre di distacco si tratta. Tutto questo è sano per lui, sarà finalmente libero e più maturo, ne sono convinta.
Quello che ho sottovalutato, forse, è la mia reazione.
Riporto un passo da Psicanalisi e religione (1950) – Erich Fromm:

... Finché la creatura umana resta legata così alla madre, al padre, alla famiglia, trova in quei vincoli protezione e sicurezza. E’ come essere ancora un feto, c’è qualcuno che pensa per noi; non si ha il senso inquietante di essere un’entità separata, responsabili delle proprie azioni, costretti a pensare da sé, a “prendere in mano la propria vita”. Restando bambini non solo si evita questa ansietà fondamentale, ma si continua inoltre a godere quel senso di essere protetti, quel calore, quella certezza istintiva di far parte di un ambiente, che caratterizzano appunto l’infanzia. Sono vantaggi preziosi, ma bisogna pagarli a caro prezzo. L’adulto che resti in quelle condizioni non diventa mai un essere umano nel pieno senso della parola, non impara mai a pensare né ad amare; resta condizionato al suo ambiente, privo di vera fiducia in sé.

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sulla noia

27 Aprile 2007

In una cultura in cui ci alieniamo da noi stessi e dagli altri e in cui i nostri stessi sentimenti diventano astrazioni e cessano di essere concreti, finiamo per annoiarci terribilmente e per perdere ogni energia. La vita cessa di essere veramente eccitante. Secondo me, la noia è uno dei mali peggiori che possano affliggere l’uomo. Sono poche le cose che ci riescono altrettanto penose e insopportabili.
Quando siamo annoiati, disponiamo di vari modi per sfuggire alla noia: andiamo a un party o giochiamo a carte, beviamo qualcosa, lavoriamo, ce ne andiamo in giro, oppure facciamo una delle innumerevoli cose che possono aiutarci ad alleviare la noia. Nei paesi in cui il problema della noia è più diffuso, anche i casi di suicidio e di schizofrenia sono più numerosi che nei paesi dove vige ancora uno stretto contatto con la realtà, foss’anche una realtà tragica. Dolore e tragedia sono più facili da sopportare della noia, in cui si manifesta soltanto la mancanza di relazionalità con il mondo e con l’amore.
Il termine noia definisce forse la forma più comune e normale di quella patologia chiamata depressione o melanconia. La noia è la condizione melanconica nell’uomo medio, normale, mentre la melanconia è la condizione patologica della noia, riscontrabile in particolari individui. Credo peraltro che la differenza sia solo di natura quantitativa. E’ probabile che le persone con tendenza alla melanconia possiedano minori difese contro la noia dell’esistenza rispetto alle persone “sane”, che pur annoiandosi sanno come evitarla e come riuscire a non esserne consapevoli.
Uno dei sistemi migliori per evitare la noia è la routine. Chi ha la giornata scandita da un orario che inizia alle sette di mattina con la radio e finisce a mezzanotte, tanto da non avere neppure un minuto libero, di fatto non ha il tempo di annoiarsi. La routine è l’unico rimedio efficace, poiché la noia si manifesta e diventa insopportabile solo se si ha del tempo a disposizione. Chi si organizza la giornata in modo da essere sempre occupato, non viene sopraffatto dalla noia. Se non esistesse questa possibilità di sfuggire alla noia, dovremmo costruire in brevissimo tempo cliniche psichiatriche per milioni di persone.

E. Fromm, I cosiddetti sani

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26 Settembre 2006

Se gli uomini e le donne giungono alla scelta del partner conformandosi all’orientamento mercantile e quindi a una condizione di ruoli fortemente connotati, è inevitabile che finiranno per annoiarsi a vicenda. Molti vedono solo due vie d’uscita per fuggire a questa noia. Si evitano, sfruttando così una delle numerose possibilità offerteci dalla nostra cultura; frequentano feste, stringono nuove conoscenze, bevono, giocano a carte, ascoltano la radio e così si ingannano ogni giorno e ogni sera. Oppure – ma questo dipende in parte dalla classe sociale a cui appartengono – immaginano che tutto sarebbe diverso con un altro partner. Ritengono che il proprio matrimonio sia fallito perché hanno incontrato la persona sbagliata, e credono che basterebbe cambiare partner per scacciare la noia. Non si accorgono che ciò che più importa non è chiedersi “Sono amato?” – il che equivale più o meno a porsi la domanda: “Sono anche apprezzato? Sono protetto? Sono ammirato?” – ma che il problema principale è rispondere all’interrogativo: “Sono capace di amare?”.
Effettivamente amare è difficile. Essere amati e innamorarsi è molto facile per un breve lasso di tempo, fino a quando non si arriva ad annoiare se stessi e il partner. Ma amare, “perseverare nell’amore”, è davvero difficile – pur se non sovrumano – e tuttavia costituisce la qualità umana essenziale. Se non si è capaci di stare da soli con se stessi, se non si riesce a provare un interesse autentico verso se stessi e gli altri, allora non si può neanche vivere insieme con un’altra persona senza provare noia dopo qualche tempo. Quando la relazione tra i sessi diventa una fuga dalla solitudine e dall’isolamento, ha ben poco a che vedere con le opportunità che offre il vero rapporto tra uomo e donna.
E. Fromm, Uomo e donna, pp. 393-394

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10 Settembre 2006

Il termine “carattere mercantile” non è affatto l’unico in grado di descrivere questa tipologia umana. Si può anche far ricorso a un termine di ascendenza marxiana, quello di carattere alienato; coloro che rispondono a questo carattere sono alienati al proprio lavoro, a se stessi, ad altri esseri umani, alla natura. Nel linguaggio psichiatrico la personalità mercantile potrebbe definirsi “carattere schizoide”, ma il termine potrebbe apparire fuorviante, dal momento che si tratta di una personalità schizoide che vive con altri individui schizoidi, cavandosela benissimo e conoscendo il successo, e ciò perché ignora completamente quel sentimento di disagio che proverebbe in un ambiente “normale”.
Avere o essere?, pp. 198-198

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Fromm sulle donne

9 Gennaio 2006

Le donne sono state definite ingenue, prive di realismo e vigliacche. Freud le giudicava più narcisiste dell’uomo, inferiori a lui anatomicamente. La verità è invece che le donne sono meno narcisiste dell’uomo, per il semplice motivo che l’uomo praticamente non fa nulla se non per mettersi in mostra. Le donne fanno moltissime cose senza questa motivazione, e in realtà quella che si definisce “vanità femminile” altro non è che la necessità di compiacere il vincitore. Quanto alla mancanza di realismo delle donne, che dire allora del realismo maschile in un’epoca in cui tutti i governi, formati appunto da uomini, spendono la maggior parte delle loro energie per fabbricare bombe atomiche invece di preoccuparsi delle carestie, delle catastrofi che minacciano il mondo intero?
A proposito infine della vigliaccheria delle donne, si sa benissimo che quando si fanno gli esami del sangue il numero di uomini che sviene è assai superiore a quello delle donne; e in caso di malattia, mentre gli uomini fanno un sacco di confusione, le donne tirano avanti in modo molto più indipendente. Tutti gli slogan maschili sono dunque falsi, propagati per svilire il nemico. Le donne li hanno accettati come un gruppo sconfitto da molto tempo, sono arrivate addirittura al punto di credervi e di agire di conseguenza, perchè altrimenti non sarebbero considerate “femminili”: l’unica possiblità per loro di farsi strada, in questa società, è quella di recitare la parte dello “zio Tom” per accontentare l’uomo.

In fondo l’uomo è un buon uomo
Intervista a raccolta da Luciano Aleotti
Copyright © 1975 by Erich Fromm
Copyright © 2004 by The Literary Estate of Erich Fromm

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Patologia della normalità

20 Settembre 2005

… ci sono coloro la cui struttura di carattere, e di conseguenza i cui conflitti, sono diversi da quella maggioranza, cosicché i rimedi validi per la maggior parte degli altri a loro non giovano. In questi gruppi troviamo talvolta elementi di rettitudine e sensibilità superiori al comune, che proprio per queste ragioni sono incapaci di accettare il narcotico culturale, ma che nel contempo non sono abbastanza forti e sani da vivere salutarmente “contro corrente”.

E. Fromm – Psicanalisi della società contemporanea